Rancori

Siamo parassiti in questo mondo,
su questa Terra.

Parassiti obbligati,
ne rivendichiamo la proprietà
distruggendo, ammazzando
ciò che in realtà non ci appartiene.

Sono trincee i confini
inventati
dietro i quali ci nascondiamo,
e tutt’attorno è un campo minato.

È la mia Terra,
tu non ci puoi entrare.
È la mia Terra,
se la tocchi finirà male.

Tutti in fila aspettiamo l’esplosione,
spalla contro spalla per urlare
INVASIONE!

Su questa Terra che non ci appartiene,
su questa Terra,
infettata da ogni rancore.

Ph. Mariateresa De Marinis Photographer – Into the woods, 2017.

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Korsakov

Intrappolato per la vita
in un solo ricordo,
una sola immagine:
l’inferno umano.

Sprofondo
in queste memorie
e mi dimeno,
ma queste sabbie mobili,
memorie immobili
mi trattengono e mi portano giù.

Di ciò che è stato ieri
non ho più ricordi,
la mia azione prende forma
solo in quel passato.

Carel Willink, Lo Zeppelin, 1933.

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E-lezioni

È tempo di elezioni,
nei teatrini s’affollano
dozzine di anime pie.

Parlano perfino di invasione
mentre recitano il rosario;
parlano di invasione
ma ignorano la Costituzione.

“Chi più ne ha, prometta!”
farsi la guerra è così bello,
c’è chi ucciderebbe pur di esser eletto.

Per il futuro c’è solo ribrezzo
e c’è a chi basta leggere qualche articolo fasullo
per vederci un po’ più chiaro;
eccolo, il popolo sovrano.

Avanti, popolo,
alla cabina elettorale!
Priviamoci del futuro
che ci hanno regalato i nostri avi.

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Cicatrici

A sfiorarci il passato con le dita
che scorrono su lembi di pelle derisi
da uno scavare insicuro,
da una diagnosi avventata;
lasciando un alone di serenità,
un accenno di presente.

A nasconderci ancora
dietro i nostri giorni migliori
per non sentirci in debito,
per non sorridere più.

O, ancora,
a rincorrere i nostri giorni peggiori
per seppellirli assieme alle promesse,
alle certezze.

Ogni tanto sfiorarli;
coprirli con un nome:
cicatrici.

Mariateresa De Marinis

Ph: Mariateresa De Marinis

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Fragili rose

Si specchiano le nostre azioni
a fingere sentimenti sconosciuti,
idealizzati.

I nostri amori costruiti
per reggere i petali, secchi,
delle nostre vite.

Noi,
fragili rose
ancorate a un filo,
al dolore eterno che ci accompagna,
all’oscurità che si improvvisa luce.

Cadremo
senza far rumore
su un pavimento trascurato,
dimenticato;
ci fingeremo polvere
per sentirci parte dell’oblio.

Sulla fragilità dei legami – Mariateresa De Marinis

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Crepitio di morte su morte

Nel nero silenzio si posa
su se stessa una foglia.

Verrà poi frantumata da un passo sbadato,
passo a seguir l’altro occupato.

Sul suo corpo sguardo non si posa
e latente lei tace,
per poi venir sommersa da simil specie.

Crepitio di morte su morte,
dal ritmo lento e perpetuo;
scorrono gli attimi,
avanzano i passi
pronti a schiacciar la dignità dei defunti.

Nel cimitero di foglie calpestate
tutte attendono,
in silenzio,
un monumento ai caduti.

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Radici

Raffiche di vento tra le foglie,
come onde del mare in tempesta
alcune vite cadono,
altre
restano aggrappate al presente;
sono neonati ancorati al seno materno.

Autunno,
inverno.

Si alternano le stagioni,
restano identici i pensieri
che non mi fan dormire
e di notte mi assalgono,
in una pioggia improvvisa di paure profonde.

Buio,
così oscuro e tetro;
inerme.

Ma ancora provo,
in questa immobilità,
a tenermi stretta la vita;
ad accogliere un po’ di forza
per delle nuove radici.

2017, Pisa

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Araba fenice

Ho visto il tuo corpo
formarsi al tramonto
e al tramonto dissolversi
come la luce nel buio.

Araba fenice,
t’ho vista rinascere
nel cielo d’autunno;
è stato un susseguirsi,
sottile,
di attimi di bellezza.

T’ho vista
minacciar la mia tristezza,
spazzarla via con un piccolo
vortice azzurro.

Fuoco e ceneri
poi, le fiamme:
un incendio di singolare freschezza;
la tua danza
di nuvole e colori
riflessa nei miei occhi
che ora sono i tuoi.

Pisa, 2017.

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Spend some time alone

Spend some time alone,
let your thoughts flow.
Free your mind
otherwise you’ll never know
whether your life is full
without a soul.

Don’t turn back,
don’t go away,
learn how to stay
still
once a day.

Now that you’re here
promise me you won’t disappear.
From the darkness
I’ll rescue you, my dear
and everything will be perfect
for our last year.

I don’t want you to cry,
this may not be our last
goodbye.

For all I know
I promise you
I won’t go.

Andrew Newell Wyeth, Henriette – 1967

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Nàstenka

Nàstenka,
ho imparato a comprendere
non senza fatica
l’assurdità del genere umano.

Mai,
mai fidarsi di chi ama
mai più lo farò.
Mai fidarsi di Nàstenka,
innamorata per paura,
vuota e sola
troppo
per capire cosa sia l’amore.

Nàstenka
nei giorni bui che ci separavano
ho imparato ad apprezzare la solitudine
sentita ormai come un peso;
ho imparato a vivere
e ho smesso di raccontare la vita
per sentirla più vera.

Ho solo visto, non ho osservato.
Non ho parlato alla mia anima ma a te,
mia utopia.

Le notti non sono più bianche, Nàstenka.
Le vecchie case tornano a farmi compagnia
ed io non voglio più vedere.

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